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martedì 15 agosto 2017

Qualche domanda sul caso Regeni

Il poker Alfano-Fassino-Latorre-Casini interviene sul caso. Cala come asso a tresette la telefonata di Gentiloni ai Genitori. La lucida analisi di Maurizio Caprara, che per essere lucida per davvero va letta tra le righe. Ancora una volta: chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato, scordammoce o’ passato siamo italiani paesà. E la dirittura morale,  il prestigio e l’amor proprio? roba da governi seri.
Claudio Regeni e Paola Deffendi Genitori di Giulio

Le agenzie di giornata hanno battute le dichiarazioni di quattro personaggi, tra i maggiori, se non i maggiori, esperti di politica estera italiana. Ha aperto il poker d’assi, ne poteva essere diversamente il ministro degli esteri, Angelino Alfano. Per intenderci quell’Alfano sbertucciato dal segretario del Pd Renzi, perché dopo aver coperto due tra i più importanti ministeri non si sente in grado di portare il suo miserrimo (per numeri) partito a superare la soglia del 3%. L’esimio statista,  ha detto: «L’invio di Contini (prossimo ambasciatore a Il Cairo ndr) contribuirà, tramite rapporti al più alto livello con le competenti autorità egiziane al rafforzamento della collaborazione giudiziaria e alla intensificazione di ogni attività utile a progressi nelle attivtà investigative, perché nessuno spazio sia lasciato in ombra.»

A cotanto acume, a parte la forma approssimativa, ha fatto eco la dichiarazione di Petro Fassino. Per intenderci si tratta di quel Pietro Fassino che, da sottosegretario agli Esteri, passò ore nell’anticamera di Milutinovic ministro degli esteri serbo  e che è noto altresì per le sue improvvide dichiarazioni su Beppe Grillo e Chiara Appendino: «quando avrete i voti ...». Il Fassino ha quindi twittato: «Il rientro dell’ambasciatore italiano in Egitto consentirà di seguire direttamente l’accertamento della verità sulla morte di Giulio Reggeni.» Chi potrebbe smentire sì autorevole dicitore.

Ovviamente non poteva mancare l’esternazione del presidente della commissione Difesa di Nicola Latorre. «La presenza al Cairo del nostro Ambasciatore renderà più proficuo il lavoro di ricerca della verità.» Il Latorre in questione, ex dalemiano ora renziano, è quello che disse a proposito di Fassino: «non capisce un tubo»

Per finire il poker non poteva mancare Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione esteri del Senato: «L’intensificarsi della collaborazione giudiziaria sul caso Reggeni e le nuove difficoltà sulla stabilizzazione della Libia hanno reso indispensabile questo passo.» Il Pier Ferdinando Casini di cui si tratta è quello che definì Totò Cuffaro “un perseguitato politico” e poi … impossibile riportare trent’anni di valzer politici in poche righe.

Allora tre domande: se la presenza dell’ambasciatore a Il Cairo  è così importante e i suoi compiti così ben descritti dai quattro di cui sopra perché quindici mesi addietro il rappresentante dello Stato fu richiamato in Patria? Furono forse minchioni i governanti di allora? O sono minchionate le dichiarazioni di adesso?

Interviene, ça va sans dire, anche il presidente del consiglio Gentiloni che parla con i Genitori di Giulio Regeni. Naturalmente via telefono, che si sa quanto questo mezzo infonda in chi chiama un caraggio da leoni. Nella telefonata il presidente del consiglio ha detto: «L’ambasciatore italiano al Cairo avrà il compito di contribuire  all’azione di ricerca della verità sull’assassinio di vostro figlio Giulio. Un impegno al quale non rinunceremo.» Se la frase fosse stata recitata in un teatro questo sarebbe venuto giù… dalle risate.
Una domanda al presidente Gentiloni: se Giulio fosse stato figlio suo, come avrebbe reagito a cotanta telefonata?

Poi, per fortuna, c’è l’articolo di Maurizio Caprara che, sul Corriere della Sera 15 agosto, racconta il fatto nella sua interezza. A leggerlo tra le righe e poi neanche tanto. In sostanza dice Caprara che l’Egitto è una «nazione troppo importante» (tra le righe: mica come l’Italia), per questioni economiche (tra le righe: non dimenticate il ruolo dell’Eni e che quando fu assassinato Regeni a il Cairo vi era una delegazione di un centinaio di industriali italici accompagnati dalla allora ministra Guidi), per questioni di geopolitica (tra le righe: al Sisi potrebbe aprire le porte a milioni di disperati e riversarli in Libia e da lì in Italia) e per questioni militari (tra le righe: l’Egitto potrebbe, se non lo fa già, armare il generale Haftar che governa la Cirenaica e questi bombardare le navi italiane).

Conclusione, sempre tra le righe: ormai è passato tempo, non si può continuare a perdere denaro e a correre rischi per uno solo. E poi Giulio è morto e nulla lo riporterà in vita. Quindi: una bella spolveratina di retorica e avanti come se niente fosse. In fondo chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordammoce o' passato, siamo italiani, paesà.

Ultima domanda: e la dirittura morale, il prestigio e l’amor prorio? Qui la risposta ce la si ha già ed è chiara: tutta roba da governi seri.